Hamas e Fatah vicini all'accordo di riconciliazione. Israele minaccia ritorsioni
Quattro anni dopo la guerra civile, i due rivali si preparano a dar vita a un governo unitario di transizione verso elezioni parlamentari e presidenziali, che dovranno tenersi entro otto mesi, quindi prima della fine dell'anno. L'accordo vero e proprio verrà siglato al Cairo il cinque maggio prossimo, sotto l'egida dell'Egitto post-Mubarak, e potrebbe aprire la strada a una riunificazione che - qualora avvenisse - potrebbe scombinare le carte nei rapporti tra gli occupanti israeliani e i futuri 'interlocutori'. Chi dovrà, o potrà, dialogare con Tel Aviv, una volta che l'unità nazionale verrà raggiunta?
Hamas ha fatto sapere che non chiederà a Fatah di abbandonare il processo di pace. "Se Fatah vuole assumersi la responsabilità di negoziare, che lo faccia. Se riuscirà a ottenere uno Stato, buon per loro", ha dichiarato Mahmud Zahar, esponente del movimento islamico nella Striscia di Gaza. Tuttavia, Zahar ha precisato che il governo unitario palestinese non avrà il mandato per portare avanti negoziati con Israele.
I colloqui fra israeliani e palestinesi si sono arenati nel dicembre del 2010 sulla questione insoluta delle colonie. Di fronte a questa impasse, la strategia palestinese si è spostata verso un riconoscimento unilaterale da parte della Nazioni Unite di uno Stato indipendente entro i confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale. La questione potrebbe essere nuovamente discussa davanti all'assemblea generale delle Nazioni Unite nel settembre di quest'anno, anche se è nota la storia delle numerose risoluzioni prodotte dal Consiglio di sicurezza Onu dal 1948 a oggi, e rimaste totalmente inapplicate da Israele.
Di fronte al dinamismo palestinese di questi giorni, la cieca intransigenza israeliana potrebbe non essere la carta giusta da giocare. La comunità internazionale, Quartetto per il Medio Oriente in testa, non sembra disposta ad attendere oltre la fine di quest'anno per risolvere la questione di uno Stato palestinese. Netanyahu ha di fronte a sé il mese più importante della sua carriera politica. Il 24 maggio parlerà a Washington di fronte alle Camere riunite. Se non si presenterà con una posizione credibile e decisiva sulla questione palestinese, potrebbe non essere più ascoltato. "Se - scrive su Haaretz l'editorialista Ari Shavit - non recupera il credito diplomatico perduto, potrebbe non essere più considerato una figura leader nell'area. Né sopravvivere politicamente".
Luca Galassi
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